Cybersecurity Law, Amazon la prima vittima della legge cinese sulla sicurezza informatica

La Cyber Security Law, fortemente voluta dal presidente cinese Xi Jinping inizia a fare le prime “vittime” illustri. Amazon è stata costretta a vendere a Beijing Sinnet technology gli asset specifici relativi ai servizi cloud per circa 300 milioni di euro, come riportato dal Wall Street Journal.

Il colosso americano per restare ad operare in Cina ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco perché “la legge vieta alle società non cinesi di possedere o operare in determinate tecnologie per la fornitura di servizi cloud”.

Entrata in vigore il primo giugno scorso, la nuova legge sulla sicurezza impone che tutti i dati online di chi vive e lavora in Cina devono essere gestiti da server cinesi, proprio per evitare minacce da hacker e dal cyber terrorismo. Una legge ferrea che ha messo dei limiti anche ai Vpn, le applicazioni utilizzate da diversi utenti cinesi per oltrepassare la censura web che esiste fortemente nel Paese. Una legge che è stata sostenuta anche con una massiccia campagna d’informazione. Basti pensare che il China Daily, il giornale più diffuso in lingua inglese, ha giustificato anche recentemente la Cyber Security Law evidenziando che “l’utilizzo di Internet può beneficiare la gente e il paese” raccontando come “la Cina ha ormai una popolazione più grande di quella dell’Unione europea: 730 milioni di utenti attivi e 700 milioni di utenti di telefonini”. Numeri molto significativi in grado di sviluppare un business legato ai portali di e-commerce che secondo le stime nei prossimi tre anni supererà i 5.500 miliardi di dollari. Ecco perché Amazon ha deciso, senza battere ciglio, di cedere le proprie infrastrutture virtuali all’azienda cinese di cui era già partner. Perché conviene restare ad operare in Cina anche accettando qualche compromesso al ribasso, basti pensare che in nessun altro paese in cui opera la società di Jeff Bezos ha venduto i propri asset ad aziende locali.

L’agenzia Bloomberg ha sottolineato che in questa situazione non si trova solo Amazon ma diverse aziende straniere che operano nel comparto hi-tech saranno costrette a cedere i propri asset a partner cinesi con i quali già collaborano. Come Microsoft che a Pechino lavora con la compagnia 21Vianet, ma presto potrebbe toccare anche Apple e altri colossi del web. “Quasi tutte le nostre aziende si sono attrezzate o si stanno attrezzando affinché la maggior parte dei dati raccolti in Cina sia memorizzato su server situati all’interno della Cina” – ha spiegato Jake Parker, vice presidente del Consiglio degli Affari statunitensi a Pechino. “Non sono solo le aziende di tecnologia ma con la nuova legge si dovranno adeguare anche i servizi finanziari, i produttori di semiconduttori, tutti i settori di che hanno un impatto tecnologico e non solo in Cina”. Lamentele che non hanno minimamente scalfito il governo di Pechino che ha risposto attraverso l’ente di supervisione del settore la Cyberspace Administration of China (Cac) dicendo che “La Cina ha il diritto di fare leggi e normative per regolare la sovranità nel cyberspazio in linea con le pratiche internazionali”.

Chi fino ad ora ne sta traendo il maggiore beneficio è senza dubbio il portale di e-commerce Alibaba del magnate Jack Ma che già detiene oltre il 40% dei dati sensibili di aziende e cittadini cinesi e vedrà aumentare la sua quota che spartirà anche con China TelecomChina Unicom e China Mobile (i maggiori operatori di telefonia locali). Tutto questo mentre resta praticamente lettera morta l’appello che neanche qualche mese fa aveva fatto il presidente francese Emmanuel Macron affinché l’Europa adottasse un piano per arginare e anche rendere trasparenti i controlli sugli investimenti cinesi nel Vecchio Continente. Una richiesta che era stata anche spalleggiata da Angela Merkel che ad agosto si era opposta con tutte le sue forza alla cessione di Aixtron, una società che produce Led per l’industria dei semiconduttori, da parte di un fondo d’investimento cinese. Ma in questi mesi poco o nulla si è mosso. Di fatto resta evidente in materia di investimenti il forte sbilanciamento a favore di Pechino. Un recente studio condotto dal gruppo di ricerca Rhodium Group e dal Mercator Institute for China Studies di Berlino, infatti, nel 2016 gli investimenti cinesi in Europa hanno superato di quattro volte quelli europei in Cina. Questo è dovuto, tra gli altri fattori, alla disparità di trattamento del governo cinese nei confronti di imprese locali e imprese estere. Una disparità che rende estremamente difficili gli investimenti in Cina da parte di imprese non cinesiNel 2016, a fronte di appena otto miliardi di euro di operazioni europee nella Repubblica cinese (ulteriormente in calo rispetto al 2015), secondo lo studio del Rhodium Group, leacquisizioni cinesi sul mercato europeo valgono 35,1 miliardi di euro, con un aumento del 77% rispetto all’anno precedente. Insomma la Cina ci compra ma non si fa comprare, anzi ti costringe a vendere se proprio vuoi fare affari nell’ex Celeste Impero.

 

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