Mining, allarme sul consumo di energia. Nel 2018 bruciati già 30,1 miliardi di chilowattora

Il Mining di criptovalute sta diventando un tema sempre più diffuso nel mondo delle criptovalute, dovuto principalmente ai crescenti costi e consumi dell’elettricità associati alla creazione di nuove monete digitali.

Cos’è il mining

I cosiddetti “minatori” del Bitcoin&Co non devono scendere nelle viscere della terra spaccandosi la schiena per estrarre metalli o carbone. A loro basta avere un apparecchio hardware che “estrae” la criptovaluta lavorando sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno. È infatti possibile ottenere Bitcoin facendo eseguire dei calcoli matematici al processore del computer oppure a quello della scheda grafica: quest’attività viene chiamata “mining” e la sua complessità aumenta con il passare del tempo. L’estrazione di criptovaluta può essere effettuata da singoli dispositivi, ma più spesso viene effettuata in aziende che comprendono centinaia o migliaia di macchine, che effettuano calcoli immensi alla ricerca di tesori digitali.

La creazione delle criptovalute richiede quindi un’elevata potenza di calcolo e di conseguenza un alto dispendio energetico, che rende il mining spesso infruttuoso per i singoli operatori. Secondo l’indice del consumo energetico di Bitcoin pubblicato lo scorso marzo, l’utilizzo globale di energia di tutte le miniere bitcoin è già equivalente all’assorbimento di energia del paese della Danimarca, che ha una popolazione di 5,7 milioni di persone, e con il passare degli anni si avvicinerà al Bangladesh, un paese di 163 milioni di persone.

Il nuovo studio

Questa settimana la conferma è arrivata dal nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Sustainability da Max Krause, un ricercatore dell’Oak Ridge Institute for Science and Education.

Secondo lo studio, nel 2015 la Danimarca ha consumato 31,4 miliardi di chilowattora di elettricità; ma al 1° luglio 2018, l’estrazione di bitcoin in tutto il mondo aveva già consumato circa 30,1 miliardi di chilowattora.

Volevamo diffondere la consapevolezza dei potenziali costi ambientali dell’estrazione delle criptovalute” ha aggiunto Krause. “Ora abbiamo un’industria completamente nuova che consuma più energia all’anno di molti Paesi. Solo perché si sta creando un prodotto digitale, questo non significa che non consuma una grande quantità di energia per realizzarlo” – ha proseguito.

I dati

Krause e il suo collega Thabet Tolaymat, un ingegnere ambientale con sede a Cincinnati, Ohio, hanno poi calcolato il costo energetico di base (misurato in megajoule o MJ) per produrre il valore di un dollaro delle quattro principali valute crittografiche – bitcoin (17MJ), ethereum (7MJ), litecoin (7MJ) e monero (24MJ) – in un periodo di 30 mesi fino al giugno 2018. Si tratta di numeri superiori all’energia necessaria per ottenere l’equivalente in dollari di oro (5MJ), platino (7MJ) o rame (4MJ), mentre solo l’alluminio (122MJ) è a più alta intensità energetica.

Il confronto è stato fatto per quantificare e contestualizzare la domanda decentrata di energia che l’estrazione di queste criptovalute richiede”, scrivono gli autori, “e per incoraggiare il dibattito sulla sostenibilità e l’adeguatezza di questa domanda energetica, dato il prodotto che risulta da un consumo energetico relativamente simile (se normalizzato dal prezzo di mercato)”.

Quanto cosa estrarre bitcoin nel mondo?

In passato il rapporto Elite Fixtures aveva esaminato i costi per estrarre un singolo bitcoin in 115 paesi diversi in base alle tariffe elettriche medie in base ai dati del governo locale, alle informazioni date dall’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e dalla United States Energy Association americana, basandosi sull’utilizzo di modelli specializzati di mining, tra cui AntMiner S9AntMiner S7 e Avalon 6e il dispendio energetico totale.

 

Fonte: key4biz.it