A lezione di Propaganda: come funzionano le campagne organizzate dagli hacker russi

Un caso “di scuola” di una campagna organizzata raccontato da Ben Nimmo, senior fellow for Information del think tank Usa.

La pericolosità delle operazioni di propaganda e influenza degli hacker russi dipenderebbe non solo da un sapiente uso delle nuove tecnologie e dei meccanismi psicologici che ne regolano la fruizione, ma soprattutto da metodo che abbraccia media social e tradizionali e che coinvolgerebbe direttamente le istituzioni e la diplomazia di Mosca.

UN MIX BEN NASCOSTO

Questa strategia – definita “full spectrum” da un’analisi del Digital Forensic Research Lab (DFRLab) del think tank Usa Atlantic Council – si baserebbe sull’utilizzo di diversi canali apparentemente scollegati. Da un lato ci sono mezzi di comunicazione ufficiali ed esplicitamente schierati; dall’altro ci sarebbero media che si dichiarano indipendenti ma che in realtà sarebbero attivati all’occorrenza dal Cremlino. In ogni caso, rileva l’articolo, lavorerebbero tutti insieme per far sì che su certi temi sembri esserci un dibattito a più voci e punti di vista in realtà inesistente, mascherando un approccio di fatto coordinato e gestito ai più alti livelli politici.

UN CASO DI SCUOLA

Per dimostrare come funzioni in concreto questo metodo, Ben Nimmo – senior fellow for Information del DFRLab, ha esaminato un caso specifico che rende più chiara la tecnica utilizzata.

IL VIDEO DI FREEMAN

L’incidente in questione, pone in evidenza, riguardava l’attore americano Morgan Freeman. Il 18 settembre 2017, spiega Nimmo, Freeman aveva realizzato un video nel quale avvertiva che la Russia aveva lanciato una guerra di informazione contro gli Stati Uniti. Il suo tono drammatico era basato sul fatto che la comunità di intelligence degli Usa e molti ricercatori indipendenti avevano raccolto prove a sostegno del dimostrato come fonti russe avessero diffuso propaganda che aveva attaccato la candidata democratica alla presidenza americana Hillary Clinton sin dal 2016.

L’intervento di Freeman aveva rapidamente prodotto una risposta in Russia. Il 20 settembre 2017, un gruppo online chiamato ‘AgitPolk’ e definitosi composto da cittadini liberi indipendenti dal governo, aveva lanciato su Twitter e VKontakte (una sorta di Facebook russo) un hashtag chiamato #StopMorganLie, accusando Freeman di manipolare i fatti mentendo.

Tuttavia, successivamente, il social network cinguettante ha condiviso con il Congresso degli Stati Uniti un elenco di 2752 account che gli esperti avevano collegato alla fabbrica russa dei troll a San Pietroburgo e sospeso. Agitpolk era nella lista. Ciò confermava che #StopMorganLie era, in effetti, una campagna organizzata.

IL METODO UTILIZZATO

La consapevolezza di aver scoperto un piano meditato nei dettagli ha consentito al laboratorio di ricerca dell’Atlantic Council di muoversi a ritroso per ricostruire la vicenda e comprendere meglio come le diverse componenti del ‘sistema russo’ lavorano assieme.

I primi amplificatori di messaggio su Twitter, rimarca l’analisi, erano apparentemente bot che postavano ripetutamente l’hashtag senza ulteriori commenti. I troll, i bot e gli account ‘cyborg’ semi-automatizzati di solito lavorano insieme.

LA SECONDA FASE

L’hashtag è stato poi ulteriormente diffuso a distanza di poco tempo (circa 2 ore) da un numero di account governativi russi ufficiali e verificati – come ad esempio un consolato -, che utilizzavano i propri meme per attaccare Freeman facendolo risaltare come un utente isterico e mal informato.
Questo, secondo Nimmo, indica “certamente” che “le missioni diplomatiche russe non solo seguono gli account della fabbrica di troll, ne amplificano i messaggi”, aggiunge l’articolo citando altri hashtag, “ne coordinano anche le campagne” di fake news e non solo.

L’UTILIZZO DEI MEDIA

Nonostante l’utilizzo di questi profili di alto profilo, prosegue Nimmo, la campagna su Twitter non aveva però avuto grande seguito, soprattutto in inglese (solo 9842 i tweet generati in tutto con 4003 utenti coinvolti inclusi i bot).

Ecco, dunque, il passo successivo: il coinvolgimento di un media controllato dallo Stato come RT che dedicò al video di Freeman un lungo articolo che affermava che gli utenti del social network erano delusi da lui.

L’articolo ha consentito di amplificare ulteriormente il messaggio, portando contenuti e hashtag anche in nuovi canali come Facebook. A questo si è aggiunto un video, modificato per l’occasione, che è stato visto oltre mezzo milione di volte.

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