Il futuro del lavoro nella PA tra innovazione, aspetti positivi e criticità: come si posiziona l’Italia?

La sfida consisterà per la PA nel trasformare alcune soluzioni emergenziali in misure stabili, in grado di concorrere alla complessiva revisione ed al rafforzamento dell’organizzazione pubblica.

L’era odierna è quella delle trasformazioni post-industriali, quella in cui i vari settori produttivi – dal primo al terzo settore – entrano in una più marcata sinergia recependo gli impulsi della trasformazione digitale. Soprattutto a partire dalla pandemia da Covid-19, ha perciò acquisito un valore strategico il discorso del lavoro agile, come parte di una trasformazione più ampia del lavoro subordinato.

Soprattutto nel settore pubblico, una tale risonanza del tema del lavoro da remoto costituisce un aspetto di un’evoluzione pluridecennale che ha traghettato la Pubblica Amministrazione da un modello burocratico a uno detto di “New Public Management”, e infine di “Public Governance”. Un passaggio, in altri termini, da una modello amministrativo a uno gestionale, che ponesse l’accento sulla performance, sulla misurabilità, sui risultati, per poi aprirsi verso la coproduzione di valore pubblico. In questo ambito si colloca il tema del futuro del lavoro nella Pubblica Amministrazione, tra innovazione, digitalizzazione e nuove competenze. Come sarà – detto in altri termini – tra cinque anni la giornata lavorativa nella PA?

PA: i salti tecnologico e organizzativo

Negli ultimi due anni, l’emergenza sanitaria ha amplificato il mutamento dell’ambiente lavorativo e sociale, sconvolgendone in entrambi i casi le dinamiche. Molto probabilmente, una tale accelerazione tecnologica e organizzativa avrebbe richiesto più tempo e interventi normativi più lunghi.

In questo contesto emergenziale, emergono due aspetti fondamentali. Il primo è quello del salto tecnologico: la necessità di lavorare a distanza, senza un contatto personale e la non condivisione di spazi comuni fisici ha dato un enorme impulso a tutti gli strumenti di conversazione o incontro online, come anche alle applicazioni di messaggistica istantanea e all’utilizzo di piattaforme Cloud o di condivisione dati online. Da ciò si evince come la spesa pubblica sia aumentata esponenzialmente nel settore dell’innovazione tecnologica delle PA proprio a partire dall’emergenza sanitaria nel 2020. Il secondo aspetto è quello del salto organizzativo: è ciò che più precisamente viene definito lavoro agile.

Nel corso di questi ultimi due anni, i lavoratori della PA hanno prima sperimentato e poi assimilato il concetto di lavoro da remoto. Si tratta di un processo ormai avviato e difficilmente reversibile. Il modello “Smart Working” ha chiaramente apportato uno scossone all’assetto organizzativo degli uffici, all’aspetto relazionale-collaborativo tra i dipendenti, all’efficienza ed all’efficacia della PA; ha inglobato ogni aspetto della vita lavorativa all’interno stesso della PA.

La diminuzione del divario tecnologico italiano nel contesto europeo

Quella italiana è stata in termini assoluti una trasformazione di ampia portata. Prima di analizzarne gli aspetti positivi e negativi, è tuttavia necessario operare un celere raffronto con il contesto cui il Paese appartiene, quello europeo, nel tentativo di inquadrare lo stato di sviluppo italiano rispetto agli altri Stati europei.

Va detto subito che la Commissione europea, per monitorare lo stato di sviluppo in merito ai temi della digitalizzazione, elabora annualmente un indice: il DESI (Digital Economy and Society Index). L’Italia (49,3), analizzando gli indicatori DESI relativi al 2022, si colloca al 18° posto sui 27 Paesi membri: al di sotto della media UE (52, 3), ma non troppo distante da Francia e Germania. Inoltre, sarebbe inappropriato non sottolineare come l’Italia sia passata dal 25° posto del 2020 al 20° del 2021, a quello attuale: i miglioramenti sono stati rispetto al quadro di riferimento europeo.

Fonte: https://digital-strategy.ec.europa.eu/

L’indice DESI è ispirato alle iniziative strategiche della “Bussola per il digitale 2030”, ovverosia il modello europeo per il decennio digitale. La Bussola si riflette pertanto nelle quattro dimensioni del DESI: capitale umano, connettività, integrazione delle tecnologie, servizi pubblici.

Sotto il profilo delle competenze digitali, emerge che l’Italia sta colmando il proprio divario, nonostante il fatto che ancora allo stato odierno più della metà dei cittadini italiani non disponga nemmeno di competenze digitali base; il cambio di passo sarà possibile investendo in capitale umano, altrimenti detto in formazione.

In merito ai servizi pubblici digitali, solo il 40% degli utenti italiani ne fa ricorso, contro il 65% dell’UE; si registra tuttavia una crescita, un aumento di 10 punti percentuali in solo due anni.
Poi, nonostante la diffusione di tecnologie digitali come i “big data” sia ancora limitato, relativamente al digitale per le imprese va detto che ormai la maggior parte delle PMI ha raggiunto un livello base di intensità digitale.

Infine, tra i vari sviluppi legati alla digitalizzazione della PA in Italia, nel 2022 è stata completata la ANPR (Anagrafe nazionale della popolazione residente), e la diffusione dell’identità digitale è costantemente aumentata.

Va perciò constatato come l’Italia, rispetto al contesto europeo, stia innescando una considerevole accelerazione in merito alla digitalizzazione dell’economia e della società, al punto avvicinarsi attorno alla media UE, sempre più vicino peraltro a Paesi come Francia e Germania, particolarmente confrontabili. Ciononostante, permangono delle arretratezze, espresse in chiave relativa rispetto ai paesi europei, che partono da un miglior stato di sviluppo.

Aspetti positivi e negativi

Identificando questo duplice salto, si possono delineare sia aspetti negativi che aspetti positivi.
Ci si può soffermare anzitutto sulla figura del dipendente: quale sarà l’impatto di questa rivoluzione sul dipendente pubblico? Sicuramente, si annoverano la possibilità di lavorare direttamente da casa, non dover affrontare lo spostamento fino al posto di lavoro, la flessibilità sull’orario e in generale la maggiore flessibilità nello svolgere il proprio lavoro. Questo apporto impone una nuova visione lavorativa, una visione non più ancorata al concetto rigido dell’orario lavorativo (fine a se stesso), ma una visione più orientata al raggiungimento del risultato: non più dove e quando, ma raggiungere l’obiettivo prefissato.
Cambieranno anche le competenze richieste: serviranno maggiori elasticità mentale e operativa, una maggiore conoscenza informatica e una forte dimestichezza con tutti gli strumenti per il lavoro da remoto. Si può prendere ad esempio il gesto banale di non stampare un documento e analizzarlo solo in maniera digitale: ciò presuppone un nuovo approccio.

La Pubblica Amministrazione, per aumentare la sua competitività ed efficienza, deve riuscire a sviluppare e valorizzare le competenze trasversali dei suoi dipendenti, che devono sentirsi coinvolti nell’obiettivo strategico (in inglese, mission) dell’Amministrazione e per la quale devono poter utilizzare le proprie capacità manageriali, risolutive e di leadership. Molto spesso il pubblico dipendente è considerato e si considera come un mero esecutore: bisogna lavorare affinché ciascun dipendente si percepisca parte di un progetto, che deve condividere e per il quale deve essere motivato a lavorare.

Non vanno tuttavia omessi aspetti negativi: ci sono e rischiano di permanere alcune criticità. L’accelerazione di tale processo può portare – e porta – a un divario tecnologico tra le varie realtà del Paese, rischiando peraltro di accentuare le differenze tra le varie PA sul territorio e tra le diverse PA. È emersa la preoccupazione di un possibile e netto divario tra amministrazioni: da una parte quelle che sapranno affrontare e gestire il cambiamento, che metteranno al centro le capacità delle persone e valorizzeranno il capitale umano, dall’altra quelle che rifuggiranno il cambiamento e cercheranno di aggrapparsi a logiche ormai vetuste di controllo dei dipendenti. Ebbene, le seconde saranno sempre meno attrattive e perderanno nel tempo le loro migliori risorse a favore delle prime.

Un altro problema pare essere quello della socialità: l’assenza di un contatto diretto potrà ostacolare relazioni invece necessarie alla vita stessa dell’ufficio, come anche alla natura sociale dell’individuo. L’individuo – uomo o donna – ha tendenzialmente bisogno di tranquillità e stabilità, di un punto di riferimento e di una standardizzazione dei processi: in questo modo si consolida una sicurezza lavorativa e si erode lo stato di ansia.

In sintesi, l’emergenza sanitaria ha messo in luce l’eccellente capacità della Pubblica Amministrazione di fronteggiare eventi del tutto imprevedibili e di portata tutt’altro che ordinaria: sono state prodotte risposte efficaci e in modo tempestivo, sugli aspetti più importanti della vita sociale ed economica del Paese, ricorrendo al lavoro a distanza ed agli strumenti telematici.

L’emergere di gravi difficoltà ha fatto acquisire maggiore consapevolezza circa il fatto che il buon andamento dell’azione amministrativa è presupposto dell’efficace esercizio dei diritti dei cittadini e della necessaria coesione sociale.

È chiaro a tutti che l’apparato amministrativo dovrà essere rafforzato – qualitativamente e quantitativamente – per mezzo di un massiccio piano di reclutamento nella pubblica amministrazione. In questo senso, il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale siglato il 10 marzo 2021, intende potenziare la PA attraverso la semplificazione dei processi e il massiccio investimento in capitale umano; ciò unitamente alle misure del 1° aprile 2021 adottate per il rapido svolgimento delle procedure di concorso, a dimostrazione della rinnovata attenzione su questo fronte. Il rischio, da molti paventato, è quello di disperdere l’attuale patrimonio, in mancanza di un’organica e fisiologica trasmissione delle competenze da una generazione all’altra.

La sfida consisterà nel trasformare alcune soluzioni emergenziali in misure stabili, in grado di concorrere alla complessiva revisione ed al rafforzamento dell’organizzazione pubblica.

Analista di politiche pubbliche europee, laureato magistrale con Lode in Relazioni internazionali presso l’Università degli studi Roma Tre, con Master in Studi diplomatici e Master di II livello in Diritto dell’Unione europea. Sta attualmente completando il corso di Master di II livello "MIMAP" presso Tor Vergata, incentrato sul management pubblico e sulle politiche pubbliche. Ha altresì studiato e lavorato nei Balcani (Grecia e Romania) ed in Belgio. I suoi interessi sono incentrati sulle politiche pubbliche europee e sulla cooperazione internazionale allo sviluppo. Per il Centro Studi AMIStaDeS ricopre il ruolo di analista Flussi migratori. Nei valori della cooperazione e dello scambio ripone tutta la sua vigorosa costruzione personale e professionale.

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