Colonial Pipeline, il collettivo DarkSide: “Abbiamo sviluppato il ransomware, ma non abbiamo fatto l’attacco”

Il collettivo di criminal hacker DarkSide si scusa di quanto sta accadendo al mercato petrolifero degli Stati Uniti dopo l’hackeraggio del Colonial Pipeline, di uno dei più grandi oleodotti americani.

Siamo apolitici, non partecipiamo alla geopolitica, non abbiamo bisogno di legarci ad un governo definito e cercare altre motivazioni. Il nostro obiettivo è fare soldi e non creare problemi alla società. Da oggi introduciamo la moderazione e controlliamo ogni azienda che i nostri partner vogliono crittografare per evitare conseguenze sociali in futuro”.

Con queste parole il collettivo di criminal hacker DarkSide si scusa delle conseguenze e di quanto sta accadendo al mercato petrolifero degli Stati Uniti dopo l’hackeraggio del Colonial Pipeline, di uno dei più grandi oleodotti americani.

Il comunicato, rilasciato dal collettivo nel dark web e confermato dal quotidiano tecnologico “Vice”, è un vero e proprio atto di scuse dell’accaduto. In pratica sembra che sia stato fatto un errore nella scelta del bersaglio dell’attacco. DarkSide offre un ransomware-as-a-service. Un gruppo di persone sviluppa il ransomware, mentre gli affiliati eseguono l’attacco vero e proprio. Gli sviluppatori ricevono poi il 20-30% del riscatto pagato dalle vittime. Gli affiliati possono colpire qualsiasi bersaglio, ma stavolta hanno fatto una scelta sbagliata.

In futuro DarkSide deciderà quali target colpire. Il collettivo era noto con il soprannome “Robin Hood” dichiarando di attaccare solo obiettivi che possono permettersi il riscatto e dona parte dei proventi ad alcune organizzazioni no profit. È attivo da agosto e, tipico delle bande di ransomware più potenti, è noto per evitare di prendere di mira le organizzazioni nelle nazioni dell’ex blocco sovietico.

Da adesso in poi probabilmente escluderà le infrastrutture critiche, le agenzie governative e gli ospedali. Si spera quindi che Colonial Pipeline possa ricevere le chiavi per decifrare i file senza pagare il riscatto.

Le scuse non bastano per i rincari dei prezzi per la benzina

La chiusura del più grande sistema di condutture per prodotti raffinati sul territorio americano, rappresentando il 45% delle forniture della costa est del Paese, quella più popolosa, rischia di compromettere seriamente la distribuzione di carburante e di avere ripercussioni gravi sui cittadini americani, con all’orizzonte anche un possibile rincaro della benzina.

La società ha assicurato come si stia facendo di tutto per ripristinare la piena funzionalità del sistema, ma questo non potrà avvenire prima della fine della settimana, se non ci saranno nuovi contrattempi. “La situazione rimane fluida e continua ad evolversi”, si spiega nel quartier generale in Georgia, dove è stato messo a punto un piano di emergenza per la riapertura graduale dell’oleodotto.

Il prezzo della benzina nelle ultime ore è schizzato ai massimi dal maggio 2018, prima di scendere nuovamente dopo le rassicurazioni della Colonial Pipeline. Il dipartimento dei Trasporti americano, comunque, ha già autorizzato i conducenti dei camion per il trasporto di carburanti a lavorare oltre il limite delle 11 ore al giorno per far fronte all’emergenza.

Ripercussioni anche in Europa

Anche in Europa e ovunque nel mondo rischiamo di dover spendere di più per fare il pieno di carburante. Secondo il Sole24Ore “se si moltiplicano i carichi per gli Usa probabilmente saliranno anche i prezzi europei dei carburanti”. Anche le quotazioni internazionali del petrolio potrebbero tornare a surriscaldarsi, con potenziali ricadute sull’inflazione e sulla ripresa dell’economia.

Per il quotidiano economico “l’impennata dei prezzi potrebbe essere accentuata dal fatto che siamo alle porte dell’estate, quando ci si sposta di più per le vacanze. Anche il traffico aereo sembra sul punto di riprendersi dopo il Covid, grazie ai progressi della campagna vaccinale in molti Paesi”.

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Andrea Chittaro Snam