Secondo il Wall Street Journal, il secondo mandato di Donald Trump ha spinto i leader europei a riconsiderare la dipendenza strategica dagli Stati Uniti. Dalle tensioni su Groenlandia, dazi e NATO alla corsa per ridurre l’uso di tecnologie americane, l’Europa prova a immaginare una sicurezza meno centrata su Washington.
Il rapporto tra Europa e Stati Uniti è entrato in una fase nuova, più fragile e meno scontata. A raccontarlo è il Wall Street Journal, che ricostruisce una serie di incontri riservati tra leader europei, vertici NATO e governi alleati dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Il quadro che emerge è quello di un’alleanza ancora formalmente in piedi, ma attraversata da una sfiducia profonda. Non una rottura ufficiale, non un divorzio dichiarato, ma l’inizio di un ripensamento strategico: l’Europa non può più dare per acquisita la protezione americana, né considerare Washington un alleato prevedibile.
Secondo il WSJ, il punto di svolta sarebbe arrivato all’inizio del nuovo mandato di Trump, quando i leader europei si sono riuniti a Bruxelles in un incontro d’emergenza per discutere come gestire una possibile separazione politica e strategica dagli Stati Uniti. Il clima, raccontano fonti presenti, era di forte tensione. Sul tavolo c’erano le minacce americane sulla Groenlandia, i dazi, il futuro della NATO, l’Ucraina e il rischio che gli Stati Uniti non fossero più soltanto il garante della sicurezza europea, ma anche un fattore di pressione.
La Groenlandia e il punto di rottura
Uno degli episodi più delicati riguarda la Groenlandia. Le minacce di Trump verso l’isola autonoma danese avrebbero scosso profondamente i governi europei, in particolare la Danimarca. Secondo la ricostruzione del WSJ, il tema avrebbe assunto un peso simbolico enorme: se gli Stati Uniti possono esercitare pressione su un territorio legato a un Paese alleato, fino a che punto resta valida la logica tradizionale dell’Alleanza atlantica?
In quella riunione, il presidente francese Emmanuel Macron avrebbe rilanciato con forza una tesi sostenuta da anni: l’eccessiva dipendenza europea dagli Stati Uniti è un rischio di sicurezza. Non riguarda solo la difesa militare, ma anche energia, tecnologia, spazio, dati, infrastrutture digitali e capacità industriali.
La posizione francese non è nuova. Ma il contesto lo è. Il ritorno di Trump e l’imprevedibilità della sua politica estera hanno reso più urgente un dibattito che per anni era rimasto confinato dentro formule prudenti come “autonomia strategica europea”.
La strategia della lusinga
Per mesi, racconta il WSJ, molti leader europei hanno provato a gestire Trump con una strategia basata su elogi pubblici, concessioni e linguaggio calibrato. La stampa europea l’ha definita “flattery diplomacy”: diplomazia della lusinga.
Il principale interprete di questa linea è stato il segretario generale della NATO Mark Rutte, considerato da diversi governi un interlocutore capace di parlare a Trump nel modo giusto. La sua idea era semplice: per tenere gli Stati Uniti dentro la NATO bisognava offrire al presidente americano una vittoria politica visibile.
Da qui la spinta ad aumentare gli impegni di spesa per la difesa. Trump chiedeva ai Paesi NATO di arrivare al 5% del Pil. Per molti governi europei era una soglia politicamente ed economicamente difficile da sostenere. Rutte avrebbe lavorato a un compromesso: una quota del 3,5% per la difesa in senso stretto, più un ulteriore 1,5% per investimenti legati alla sicurezza, come infrastrutture, cyber, reti e logistica.
La formula consentiva a Trump di rivendicare un risultato e agli europei di diluire l’impatto finanziario. Ma dietro l’apparente unità restavano dubbi profondi. Alcuni Paesi dell’Est, più esposti alla minaccia russa, vedevano l’aumento della spesa come necessario. Altri governi, tra cui Spagna, Belgio e Italia, avevano margini politici e di bilancio molto più stretti.
Canada e Francia spingono per il cambio di paradigma
Secondo il WSJ, un ruolo importante nel consolidare i dubbi europei è stato svolto dal Canada. Il nuovo primo ministro Mark Carney avrebbe cercato di convincere i leader europei che la vecchia America non tornerà più.
Carney, ex banchiere centrale, avrebbe portato dentro il dibattito occidentale una tesi netta: il problema non è solo Trump, ma la dipendenza strutturale dell’Occidente da un Paese sempre più imprevedibile. In questa visione, l’Europa e il Canada devono prepararsi a un mondo in cui gli Stati Uniti non sono più il garante automatico dell’ordine occidentale.
La Francia è stata tra i primi Paesi europei a condividere questa impostazione. Altri governi, più prudenti, hanno preferito continuare a lavorare per mantenere vivo il rapporto con Washington. L’Italia, con Giorgia Meloni, avrebbe inizialmente sostenuto che Trump potesse ancora essere convinto e gestito. Ma, secondo la ricostruzione del WSJ, anche questa fiducia si sarebbe progressivamente indebolita.
La de-americanizzazione tecnologica
La parte più concreta della nuova fase riguarda la tecnologia. Secondo il Wall Street Journal, diverse amministrazioni europee stanno studiando come ridurre la dipendenza da strumenti digitali americani.
In Francia, nei Paesi Bassi e in altri Stati, alcune autorità starebbero valutando l’adozione di software open source europei e la riduzione dell’uso di prodotti statunitensi come Microsoft Teams o Office in alcuni contesti pubblici. Il punto non è solo economico, ma strategico: dove vengono conservati i dati europei? Chi controlla le infrastrutture cloud? Che cosa succede se le tensioni politiche con Washington aumentano?
Lo stesso interrogativo riguarda pagamenti, data center, AI, spazio e comunicazioni. L’Europa ha costruito per decenni la propria sicurezza affidandosi alla potenza tecnologica e militare americana. Ora prova a capire come ridurre questa esposizione senza rompere apertamente con gli Stati Uniti.
Il problema delle armi americane
La dipendenza non riguarda solo il digitale. Molti Paesi europei usano sistemi d’arma prodotti negli Stati Uniti. Il WSJ riferisce che alcuni governi stanno valutando quanto queste piattaforme resterebbero operative in caso di tensioni con Washington o senza pieno supporto americano.
È un tema sensibile. Munizioni, software, manutenzione, aggiornamenti, autorizzazioni operative e componenti critici possono creare vincoli strategici. In un contesto di fiducia piena, questi vincoli sono gestibili. In un contesto di sfiducia, diventano vulnerabilità.
Per questo la discussione sull’autonomia europea non riguarda più solo la costruzione di una difesa comune. Riguarda la capacità di controllare le tecnologie essenziali della sicurezza: cloud, satelliti, AI, cybersicurezza, industria della difesa e sistemi d’arma.
I limiti della diplomazia personale
Il punto politico del racconto del WSJ è proprio questo: la diplomazia della lusinga ha funzionato solo in parte. Ha permesso di guadagnare tempo, evitare rotture immediate e ottenere alcuni impegni formali. Ma non ha eliminato l’incertezza di fondo.
I leader europei si sono trovati davanti a un problema più grande della gestione personale di Trump. Se ogni dossier, dalla NATO all’Ucraina, dalla Groenlandia ai dazi, dipende dall’umore politico della Casa Bianca, allora l’intera architettura transatlantica diventa instabile.
La questione non è più solo come parlare a Trump. È come prepararsi a un’America che potrebbe non voler più svolgere il ruolo avuto dal 1945 in poi.
Un’alleanza senza fiducia piena
Europa e Stati Uniti restano legati da interessi enormi: difesa, commercio, intelligence, tecnologia, energia, Ucraina, contenimento della Russia e competizione con la Cina. Una separazione reale sarebbe costosissima per entrambe le parti.
Ma il rapporto è cambiato. L’Europa continua ad avere bisogno degli Stati Uniti, soprattutto sul piano militare. Allo stesso tempo, diversi governi europei cominciano a considerare quella dipendenza come un rischio da ridurre.


















