Preston Thorpe, un ingegnere informatico che lavora presso una startup di San Francisco è in carcere da ormai undici anni. La sua, però, è una storia molto particolare, di grande riscatto.
Una storia di riscatto
Sono trascorsi ormai undici anni da quando l’ingegnere Preston Thorpe è entrato in carcere, per reati connessi al commercio di sostanze stupefacenti. Nel frattempo, però, l’informatica è sempre rimasta una costante, tanto da condizionare interi scenari. Attualmente in Maine, dallo scorso maggio Thorpe lavora a tempo pieno dalla sua cella per una startup con sede a San Francisco, finanziata da venture capital.
Per circa sei mesi, Thorpe ha collaborato attivamente come volontario a un progetto open source alla cui guida c’era la società di database Turso. Il suo lavoro è stato così di rilievo che l’Amministratore delegato di Turso, Glauber Costa, gli ha subito offerto un lavoro.
È stato proprio in quel frangente che Costa ha avuto una visione più chiara della figura Thorpe. Non si trattava infatti di un programmatore ordinario. “Ho controllato il suo profilo GitHub e ho visto che menzionava il fatto di essere in carcere”, ha detto Costa a TechCrunch. “È una storia che non avevo mai sentito prima”.
La cybersecurity per ricominciare
Thorpe fa parte di un programma sperimentale del sistema penitenziario dello Stato del Maine che consente ai detenuti di svolgere lavori a distanza mentre sono in carcere. Sebbene non convenzionali, queste opportunità si sono dimostrate estremamente utili ai fini della riabilitazione.
Complice un’adolescenza burrascosa, Thorpe aveva iniziato a vendere droga che acquistava sul dark web ed è finito in prigione all’età di 20 anni. È uscito pochi anni dopo, ma senza soldi e senza un posto sicuro dove vivere, è stato arrestato di nuovo 14 mesi dopo.
Forse anche una scelta di trasferimento è stata per lui decisiva. In particolare, quello da una prigione nel New Hampshire, al Mountain View Correctional Facility nel Maine. Il tutto, poco prima che scoppiasse la pandemia.
“Quando sono arrivato nel Maine, era completamente diverso”, ha raccontato. “Il COVID è arrivato subito dopo il mio arrivo qui, e mi ha dato una possibilità. Non c’era nessuno intorno a me che mi facesse sentire di dover agire o dimostrare qualcosa. C’ero solo io“.
E ancora: “Ho pensato che forse non era finita, che forse avrei potuto avere una vita normale. Ho avuto una sorta di illuminazione. Mi sono detto che avrei potuto fare qualcosa per me stesso”.
Studiare e lavorare in cella
Nella prigione di Mountain View, Thorpe si è iscritto a distanza all’Università del Maine ad Augusta. Nello stesso periodo, il Colby College voleva assumere uno dei suoi studenti laureati detenuti come professore a contratto. Una proposta non convenzionale. Tuttavia, il commissario del Dipartimento di Correzione del Maine, Randall Liberty, ha deciso di correre il rischio.
“Dopo averci riflettuto, ho dato il mio consenso e col tempo, l’iniziativa ha avuto molto successo”, ha dichiarato il commissario Liberty a TechCrunch. “I suoi studenti possono andare a trovarlo in prigione e lui può accompagnarli in visita. Questo garantisce una vera diversità di opinioni, pensieri e confronti. Si crea così un ambiente ricco in cui imparare”.
La storia simile a quella dell’italiano Luigi Celeste
Attualmente, circa 30 detenuti – tra cui lo stesso Thorpe – hanno un impiego mentre vivono nell’Earned Living Unit. Quest’ultima è una struttura carceraria meno restrittiva per i detenuti che hanno dimostrato un lungo comportamento esemplare.
Tutti i detenuti che lavorano da remoto cedono il 10% della loro retribuzione allo Stato, oltre a qualsiasi altro pagamento che possa essere richiesto per risarcimenti, spese legali o il mantenimento dei figli.
Una storia simile a quella dell’italiano Luigi Celeste, dal carcere di Bollate a Offensive Security Officer di Eu-LISA. Per leggere la sua storia clicca qui.
















