Le recenti tornate elettorali in Europa di Malinformation hanno dimostrato come questa tattica sia diventata lo strumento preferito per polarizzare l’elettorato e minare la stabilità dell’Unione stessa.
Le elezioni europee del 2025 hanno segnato un’evoluzione critica nella guerra dell’informazione. Oltre alle tradizionali fake news un’ulteriore minaccia all’integrità democratica è emersa sotto una forma, forse ancora più insidiosa: la malinformation.
Questa tattica non consiste nell’inventare il falso, come diversamente accade con l’utilizzo di strumenti di deepfake, integrati o meno con l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ma nell’utilizzare informazioni autentiche estrapolandole dal loro contesto, manipolandole o diffondendole strategicamente con l’unico intento di danneggiare un’istituzione, un candidato o un processo politico.
Poiché si fonda su un nucleo di verità, la malinformation è più difficile da smentire e penetra più a fondo nel tessuto sociale, corrodendo la fiducia di quest’ultimo in modo più efficace generando un cinismo diffuso e paralizzante.
L’utilizzo delle tattiche di malinformation seguono schemi precisi, come l’utilizzo di leak mirato, ossia la pubblicazione orchestrata di email private, documenti riservati o dati personali di figure politiche, fatta trapelare in momenti cruciali della campagna elettorale per generare scandali, oppure la decontestualizzazione in cui statistiche reali, stralci di discorsi o frammenti video vengono presentati in modo selettivo per suggerire una conclusione fuorviante.
Le recenti tornate elettorali in Europa hanno dimostrato come questa tattica sia diventata lo strumento preferito per polarizzare l’elettorato e minare la stabilità dell’Unione stessa.
L’Unione Europea come target sensibile delle strategie di malinformation
L’Unione Europea, con la sua complessa architettura e le sue diverse sensibilità nazionali, si è rivelata un bersaglio ideale. L’utilizzo di tecniche di malinformation ha permeato facilmente sfruttando le faglie esistenti, armando verità scomode per alimentare un forte senso di euroscetticismo.
Tra questi, diverse notizie sono state decontestualizzate e diffuse da attori interni ed esterni, in primis legati alla Russia, con l’obiettivo di dipingere le istituzioni di Bruxelles come un’entità distante, costosa e dannosa per gli interessi nazionali.
Una tattica comune, registrata in vari casi, è quella di aggregare l’assistenza militare, finanziaria e umanitaria erogata in più anni da tutti i 27 Stati membri e dalle istituzioni UE, presentando la cifra totale come un costo esorbitante e insostenibile per i cittadini europei.
Questi dati, sebbene basati su cifre reali, vengono decontestualizzati omettendo di specificare che si tratta di impegni pluriennali, che una parte significativa è costituita da prestiti a condizioni agevolate, e non da sovvenzioni a fondo perduto, e non rapportando mai la spesa al PIL complessivo dell’UE, che la mostrerebbe in una prospettiva molto più contenuta.
Altro ambito colpito riguarda le statistiche sull’immigrazione verso i paesi dell’UE, attraverso l’uso decontestualizzato di dati economici e statistiche sociali. Infatti, una delle forme più comuni di decontestualizzazione consiste nell’ignorare completamente i dati sull’immigrazione legale, che rappresenta la stragrande maggioranza degli ingressi nell’UE, e concentrare l’intera narrazione mediatica e politica solo sui dati, molto più contenuti, degli sbarchi o degli attraversamenti irregolari delle frontiere. Sebbene questi ultimi siano dati reali, il loro uso esclusivo crea una percezione distorta di invasione o di crisi incontrollata.
Oppure, altra casistica simile consistere nel considerare i dati reali sui costi di accoglienza per i richiedenti asilo e presentati in modo isolato, senza confrontarli con il gettito fiscale generato dalla popolazione immigrata o con il loro contributo a settori chiave dell’economia.
Lo studio Mis- and disinformation on migration in Europe definisce questa tattica come la costruzione di una minaccia al benessere, dove i migranti sono raffigurati come un peso insostenibile per i sistemi di welfare nazionali.
Queste campagne non inventano problemi, ma ne distorcono la percezione per erodere la solidarietà e la fiducia nel progetto europeo.
Elezioni 2025: Moldavia e Repubblica Ceca, due casi a confronto
Le elezioni parlamentari del 2025 in Moldavia (28 settembre) e Repubblica Ceca (4-5 ottobre) hanno messo in luce la capacità della malinformation di adattarsi a contesti politici diversi. Sebbene entrambe le nazioni siano state teatro di intense operazioni informative, le tattiche e gli obiettivi finali differivano profondamente, riflettendo le loro specifiche vulnerabilità: una di natura geopolitica esterna, l’altra di polarizzazione interna.
In Moldavia, la strategia di malinformation è stata impiegata principalmente come strumento di influenza geopolitica da parte della Russia per sabotare il percorso di adesione del paese all’Unione Europea. Trovandosi in una posizione di estrema vulnerabilità, con un governo saldamente filo-occidentale guidato dal partito PAS, della presidente Maia Sandu, l’approccio non è stato quello di diffondere palesi falsità, ma di armare le verità scomode e complesse del processo di integrazione.
Le operazioni, veicolate da una rete di siti e canali social pro-Cremlino, si sono concentrate su tre assi principali: da un lato, sono state fatte trapelare selettivamente informazioni autentiche sui negoziati con Bruxelles. Documenti che evidenziano il costo delle riforme strutturali richieste, l’impatto sull’agricoltura locale o la necessità di adottare normative impopolari sono stati decontestualizzati e presentati come una svendita della sovranità moldava.
Un dato economico reale, come un aumento dell’inflazione, veniva scientificamente scollegato da fattori globali e attribuito unicamente alla rottura con Mosca, per generare un sentimento di nostalgia economica e rimorso europeo.
Dall’altro lato, sono state amplificate le tensioni interne sfruttando divisioni esistenti, in particolare con la regione autonoma della Gagauzia e la Transnistria. Dichiarazioni reali, ma isolate, di leader locali che esprimevano preoccupazione o dissenso verso le politiche di Chișinău sono state amplificate per dipingere il governo centrale come un oppressore delle minoranze, intento a sacrificare gli interessi regionali sull’altare di Bruxelles. Infine, i leader filo-europei sono stati bersaglio di campagne basate su frammenti di verità dove, le spese governative, conversazioni private o legami professionali passati sono stati utilizzati per costruire narrazioni di corruzione e incompetenza, minando la fiducia personale nei politici che guidano il percorso europeo.
L’obiettivo strategico non era convincere i moldavi che l’UE fosse un concetto negativo con argomenti falsi, ma insinuare che fosse troppo onerosa e non adatta alla Moldavia, usando le difficoltà reali come prova.
Diversamente, in Repubblica Ceca, membro consolidato dell’UE ma con una profonda frattura politica interna, la malinformation è stata principalmente un’arma nella lotta per il potere domestico, che ha visto protagonista il leader populista Andrej Babiš e il suo partito Azione del cittadino scontento (ANO), poi vincitore della tornata elettorale. In questo caso, l’avversario da colpire non era un’entità esterna come Bruxelles, ma il governo nazionale in carica.
La campagna elettorale è stata dominata dall’uso selettivo di statistiche, che ha visto il partito ANO martellare l’opinione pubblica con dati reali sull’inflazione e sui prezzi dell’energia, presentandoli come prova inconfutabile del fallimento del governo di Petr Fiala. Tuttavia, venivano sistematicamente omessi il contesto internazionale, come la crisi post-pandemica o l’impatto della guerra in Ucraina, e i dati positivi in altri settori, creando una percezione distorta di declino economico totale.
A differenza della Moldavia, dove l’UE è un’aspirazione, in Repubblica Ceca è una realtà quotidiana. La malinformation ha sfruttato questo, prendendo di mira politiche complesse come il Green Deal dove, anziché discutere il merito del piano, sono stati evidenziati solo i suoi aspetti più onerosi per i cittadini e le industrie ceche, presentandolo come un’imposizione insensata di Bruxelles dannosa per l’economia nazionale, una narrazione perfetta per il pubblico populista.
In sintesi, mentre in Moldavia la malinformation mirava a cambiare la traiettoria geopolitica del paese, in Repubblica Ceca è servita a capitalizzare la frustrazione interna per vincere le elezioni. Entrambi, tuttavia, dimostrano che la nuova frontiera della guerra informativa non si combatte più sul terreno del falso, ma su quello, molto più scivoloso, dell’abuso del vero.
Le elezioni del 2025, come dimostrano i casi in Moldavia e Repubblica Ceca, hanno confermato che la frontiera della guerra informativa si è spostata dal falso al vero manipolato. La sfida più grande per l’Unione Europea e le sue democrazie non è più solo difendere i fatti, ma preservare il contesto che dà loro significato. La capacità di resistere alla malinformation, coltivando un’opinione pubblica critica e consapevole, sarà il principale banco di prova per la maturità e la stabilità delle istituzioni democratiche negli anni a venire.


















