Crimini informatici, nel 2016 danni alle aziende per 9 miliardi di euro

A dare l’allarme è il Garante della Privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento svoltasi oggi a Roma. 

Nel 2016 gli attacchi informatici avrebbero causato alle imprese italiane danni per nove miliardi di euro, ma meno del 20 per cento delle aziende farebbe investimenti adeguati per la protezione del proprio patrimonio informativo». Citando il recente caso Wanna Cry, che ha generato allarme in tutto il mondo, il Garante ha ricordato che «secondo stime recenti, nello scorso anno le infrastrutture critiche sarebbero state oggetto del 15 per cento di attacchi in più rispetto al precedente e sarebbero cresciuti del 117 per cento quelli riconducibili ad attività di cyberwarfare, volte a utilizzare canali telematici per esercitare pressione su scelte geopoliticamente rilevanti».

Per Soro, «per garantire davvero la cybersecurity – componente strategica della sicurezza nazionale e pubblica – è necessario evitare il rischio della parcellizzazione dei centri di responsabilità, con una centralizzazione di competenze e un’organica razionalizzazione del patrimonio informativo,
anzitutto pubblico».

Soro: monopolisti web condizionano intera umanitàAttenzione ai «tanti “grandi fratelli” che governano la rete». È l’altro monito del Garante privacy, che nella Relazione annuale al Parlamento ha sottolineato come «un numero esiguo di aziende», cioè i monopolisti del web, possieda «un patrimonio di conoscenza gigantesco» e disponga «di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che,
un numero sempre più grande di persone – tendenzialmente l’umanità intera – potrà subire condizionamenti decisivi».

Fake news, no «tribunali verità», sì a responsabilità
Per Soro la risposta alle fake news non va cercata né nella «via esclusivamente tecnologica», né in quella «penale, che finirebbe con l’assegnare alla magistratura il ruolo di Tribunale della Verità». Il fenomeno delle fake news e l’uso distorto del web che ne è alla base «vanno invece contrastati con una strategia complessa e articolata, a partire da un forte impegno pubblico e privato nell’educazione civica alla società digitale, dalla sistematica verifica delle fonti e da una forte assunzione di responsabilità da parte di ciascuno: dal singolo utente alle redazioni e, certo, ai grandi gestori della rete». Il garante ha poi ridefinito «illegittima l’ipotizzata costituzione di una banca dati per la misurazione del “rating reputazionale”»

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Fonte: ilsole24ore.com